CAFE’ SOCIETY

Pubblicato: ottobre 24, 2016 in Uncategorized

Fonte: Trovacinema.it

Regia: Woody Allen

Con: Steve Carrell, Parker Posey, Kristen Stewart, Jesse Eisenberg, Paul Schneider, Blake Lively

Genere: commedia sentimentale

Marvin e Joe sono seduti uno di fronte all’altro in quello che sembra un bar. Ognuno dei due ha davanti a sé scartoffie di vario genere. Il clima sembra rilassato.

JG (sorridente): E’ passato tanto tempo..

M (sorridente): Anche se sembra ieri che abbiamo scritto l’ultima.

JG (con aria interrogativa): Già…Ma perché abbiamo smesso?

M (diplomaticamente, reprimendo con stile un po’ di rabbia): Comunque sia, varrà la pena ricominciare.

JG (dopo una pausa):Comunque sia, non è stata colpa mia..

M (saltando per aria): Anche con la rima mi vuoi far arrabbiare? Cosa vorresti insinuare?? Non è stata nemmeno mia! (pausa)

JG e M (all’unisono): Se tu non avessi.. (si guardano attoniti, dopo una breve pausa)…Oh..Ma vaa!!

(Si alzano nello stesso momento andando uno nella direzione opposta dell’altro; il movimento d’aria fa scivolare a terra i fogli che prima erano sul tavolo)

VISTO DA MARVIN

Davvero insopportabile, quel Joe!

Ormai ne è passato di tempo dai primi film di Woody Allen. Ormai l’ironia di questo arzillo 80enne si sta un po’ affievolendo… Oppure sta solo mutando?. Trovo che con questo film sia emersa la sua parte più malinconica e sentimentale e sia andata a perdersi quella sua particolare caratteristica “graffiante” con battute dai doppi sensi che tanto erano presenti in altre sue pellicole più datate. L’ambientazione dei mitici anni ’30 e il contesto che vedeva l’industria “Hollywood” in pieno fermento poteva e doveva a mio avviso essere un grande spunto di analisi critica verso il cinema, lo star system e i molti personaggi che brillavano in quell’epoca, fatta di lustrini e di tante parole di facciata.

Invece no, il regista sfiora questo mondo usandolo solo come contesto scenico per una storia d’amore, un triangolo amoroso che concentra tutta la sua narrazione su di sé. Non che gli attori siano stati poco capaci: Jesse Eisenberg è un giovane “Woody Allen” con i tanti suoi modi di fare che il regista vede sicuramente in lui se stesso e Kristen Steward sta finalmente scrollandosi di dosso la Bella di Twilight. Ma sono i “non protagonisti” che mi hanno colpito di più: un bravissimo Steve Carrell, capace di passare da commedie di basso costo a ruoli come questo e la biondo-platino Blake Lively, che sullo schermo rimane per pochi momenti ma che tanto son bastati per farci innamorare di lei.

Nel raccontarlo cosi sembra proprio un film leggero e invece… Dove non è presente la sua famosa ironia di molti e molti film e, riferendomi alle sue ultime pellicole, quella verve grottesca presente in “Irrational Man” o quella liberazione schizzata di “Blue Jasmine” affiorano stavolta battute al vetriolo presenti però in maniera decisamente minore rispetto al solito. In particolare il film è devastante nel mettere in scena il senso di sconfitta, sia morale sia amorosa di un uomo. Solo che lo fa in maniera da non gridarlo più di tanto, ma lasciando che pian piano questa sensazione ci coinvolga col trascorrere del film.

La nota positiva per eccellenza arriva dal lato tecnico, la fotografia. Per la prima volta il regista lavora con il direttore Vittorio Storaro. Ho trovato che l’illuminazione dei paesaggi, dei volti, degli occhi e di tutti i luoghi chiusi di questo film sia in assoluta la migliore che Woody Allen abbia mai avuto prendendo in considerazione tutti i suoi film….dichiarazione forte ma doverosa.

 

VISTO DA JOE

Uff… Com’è noioso Marvin!!

Woody Allen ha un appuntamento fisso con l’autunno perché è sempre in questa stagione che fa uscire i suoi film.

Va detto che osservando un po’ la sua ultima produzione, il suo estro si è un po’ opacizzato. Ma Allen mantiene sempre un carisma tale che ogni suo titolo porta sempre una certa curiosità.

Per cui sono andato a vederlo.

Si apre il film e subito si è catapultati fantasticamente in quegli anni ’30 di cui già il titolo suggeriva. L’operazione riesce anche per una serie di motivi non trascurabili: la musica è magica, le atmosfere non sono verosimili ma addirittura reali (Wooodyyy… hai ritrovato il tuo magic touch??).

In alcuni contesti la pellicola raggiunge interessanti vette estetizzanti, rapppresentando colori anche un po’ ricercati ma sicuramente d’effetto (Woody..allora sei ‘tornato’!).

E poi ci si mette la storia ad ammaliarti, offrendo un gioco delle parti che è allo stesso tempo sia vintage sia attuale. Colpiscono molto le due attrice al centro della storia (Kristen Stewart e Blake Lively): il trucco, il parrucco, la loro singolare espressività nel recitare catturano fin da subito.

Tiri quindi un sospiro di sollievo vedendo anche la mentalità di quell’epoca, con le sue ingenuità e le sue malizie, affiora spontaneamente dal montaggio della pellicola: del resto non è la prima volta che Allen si dedica a film “d’antan” con una maestria che sembra non avere pari nel mondo della cinematografia. E mentre ti crogioli per il fatto che il regista sia tornato alle vette di un tempo, ecco che arriva il finale.

E tutto quello che hai pensato prima… sfuma!

Lo so, quello che sto facendo è GIA’ uno spoiler: più che un finale suggerito o un finale che apre diverse prospettive, questo un film ha una conclusione che non sa come si conclude. Sono da sempre fautore di film che lascino un margine allo spettatore. Posso quindi accettare l’ipotesi di un film che permetta allo spettatore di costruirsi un proprio finale: aggiungo però che il Woody Allen del tempo che fu avrebbe terminato la sua opera diversamente.

A parte questo, rimane comunque un film dalle atmosfere veramente accattivanti.

Fonte: youtube.com

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CANNES, FRANCE - MAY 18: Director Quentin Tarantino receives the "Office Arts and Letters" award during the 57th International Cannes Film Festival May 18, 2004 in Cannes, France. (Photo by Carlo Allegri/Getty Images)

“Prima di apprezzare il latte, dovrai bere un sacco di latte rancido”. [Egli sosteneva, in pratica, che dopo essersi nutrito di film di serie B e noir anni trenta (il “latte rancido”) per tutta la sua adolescenza, era logico che avrebbe creato qualcosa di molto meglio (il “latte”)].

Osteria dell’Utopia, all’interno del ciclo di incontri denominati DEGUSTAZIONI CINEMATOGRAFICHE, ospiterà anche per il mese di luglio i due malandrini del web, Marvin e Joe, per la consueta monografia su un personaggio legato al mondo del cinema. Il prossimo incontro è fissato per il 13 luglio (indicativamente a partire dalle 20.45/21.00). Per l’occasione sarà Joe, a parlare di un regista ancora più malandrino considerato una sorta di pioniere di una certa nouvelle vague del cinema: Quentin Tarantino.

Vi aspettiamo numerosi!!!

 

Libreria Baravaj/Osteria dell’Utopia (a Milano in via Vallazze 34, angolo viale Lombardia), all’interno del ciclo di incontri denominati DEGUSTAZIONI CINEMATOGRAFICHE, ospiterà anche per il mese di Aprile i due malandrini del web, Marvin e Joe, per la consueta monografia su un personaggio legato al mondo del cinema. Il prossimo incontro è fissato per il 27 Aprile (indicativamente a partire dalle 20.45/21.00). Per l’occasione sarà presente Andrea, speaker di Radio BlaBla per parlare di un regista che ha al suo attivo moltissimi film e viene considerato uno dei migliori nel mondo del cinema: Martin Scorsese.

Ripercorrere la lunga carriera del regista di origini Italiane può essere da esempio per basare il discorso sull’importanza di una scelta da parte di colui che realizza un film.

Guidati da Andrea, ci sarà una discussione ed un confronto su come Martin Scorsese abbia scelto i propri lavori con precise e ponderate motivazioni personali: ha iniziato con lavori piccoli e indipendenti; è passato poi a lavorare per produzioni di taglio commerciale; si è legato tramite contratti con varie case di produzione. Il Sig. Scorsese è anche riuscito a realizzare film che fortemente voleva e a cui lavorava da tempo: nonostante una brutta caduta a livello lavorativo che lo ha portato a perdersi quasi del tutto è riuscito a ripartire da zero con piccoli film che pochi ricordano per poi risalire e con i favori del pubblico e della critica. Ultimamente ha realizzato film più sperimentali secondo le sue abitudini abbracciando tecniche e generi diversi dal solito.

Vi aspettiamo numerosi!!

Libreria Baravaj/Osteria dell’Utopia (a Milano in via Vallazze 34, angolo viale Lombardia), all’interno del ciclo di incontri denominati DEGUSTAZIONI CINEMATOGRAFICHE, ospiterà anche per il mese di Marzo i due malandrini del web, Marvin e Joe, per la consueta monografia su un personaggio legato al mondo del cinema. Il prossimo incontro è fissato per il 30 Marzo (indicativamente a partire dalle 20.45/21.00). Per l’occasione sarà presente l’esperta Sara Aboraia per parlare di un regista che ormai è un’istituzione nel mondo del cinema: J.J. Abrams.

Come ci si sente ad essere te?” “È eccezionale”.

Regista, sceneggiatore, produttore e compositore, Abrams è un genio del mistero. Valori morali, filosofia, genio e follia rendono le sue serie e i suoi film amati da milioni di fan e non solo.

I suoi capolavori sono le serie Tv. Serie televisive quali Alias, Fringe Person of Interest e Lost, sono nel cuore dei suoi fan. Quest’ultima è considerata una delle serie più costose, contorte, popolare e viste nel mondo. Non lo avete ancora fatto? Guardatelo!

Cosa non di poco conto, Abrams debutta come regista con i sequel di grandi film quali Mission Impossible III, Star Trek, Star Trek Into the Darkness ma soprattutto Star Wars. Il genio è riuscito a dirigere film di questo calibro con grande responsabilità e attenzione non deludendo le aspettative.

Il suo film più famoso e importante è Super 8, film fantascientifico uscito nel 2011 col quale Abrams ha voluto omaggiare il suo mentore: Steven Spielberg.

Abrams è anche occasionalmente compositore avendo creato temi musicali per le serie televisive Undercovers, Person of Interest, Alcatraz e le sigle di Alias, Felicity, Fringe e Lost.

Locandina del film Ave, Cesare! Fonte: trovacinema.it

 

Regia: Ethan e Joel Coen

Con: Josh Brolin, George Clooney, Tilda Swinton, Scarlett Johansson, Channing Tatum.

Genere: Commedia

VISTO DA MARVIN

Sono passati ormai 25 anni da “Barton Fink – E’ successo a Hollywood” quando i due cineasti di culto provenienti dallo stato del Minnesota del Nord America omaggiarono la Hollywood degli anni ’50 in cui si realizzavano musical sfarzosi e leggendari, si giravano kolossal da mozzare spesso in Panavision e di fatto il genere “peplum” era nel periodo di massimo fulgore. Era anche l’epoca di star capricciose e volubili che spesso e volentieri finivano nei guai o avevano un temperamento tumultuoso costringendo cosi gli studios a reclutare una figura all’epoca nota come “fixer”.

Il cinema dei fratelli Joel & Ethan Coen può sembrare molto vario (hanno toccato la comedy, il western, il thriller, il noir etc etc….) ma spesso il filone che lega i loro film è quello di trasportare personaggi spesso “stupidi” in situazioni assurde, più grandi di loro e vedere come se la cavano. Il tutto con una sempre riuscita e forte senso di humour nero, dissacrante e spiazzante (ma mai volgare).

Di solito i Coen sono più leggeri, più frizzanti ma stavolta sono più “cattivelli” (forse lo erano stati solo con “a serious man”) verso un po’ tutto: lo star system, il comunismo e il cinema in generale. Il loro spirito anarchico e irriverente continua ad essere presente come sempre anche e soprattutto in una narrazione tanto esplosiva e a volte illogica che può risultare spiazzante almeno al pubblico più classico che non è abituato al loro modo di fare cinema.

Inoltre il film non tocca quei livelli pseudo/filosofici alti come era capitato in precedenza forse solo con … “A seriuos man” (si è capito che questo film mi è piaciuto???) e trovo giusto il suo rimanere tutto molto leggero e superficiale perché è il contesto della vicenda che lo richiede essendo ambientata in quella hollywood anni ’50 dove era tutto un divertissement raffinato e perfezionista a livello estetico ma molto frivolo.

Il film è fatto quasi a episodi, archetipi, situazioni e macchiette del mondo del cinema che parrebbero slegate e staccate con un solo filo conduttore cioè quel Eddie Mannix che risolve e tiene tutto sotto controllo ma invece le cose sono tutte legate perché ognuno di questi buffi e strani personaggi difende quello che rappresenta DIO nel film cioè il “cinema” e quei personaggi che cercano di andare oltre, di fare discorsi pseudo/filosofici e di sminuire il “cinema” vengono trattati malissimo in maniera goliardica e ne escono fuori volutamente male dalla pellicola.

Le risate che i fratelli Coen ci fanno fare nei loro film, a volte possono essere più larghe e altisonanti; molte altre volte sono semplici sogghigni e freddure che lasciano attoniti davanti a situazioni grottesche e assurde. Qualcuno potrebbe pensare che senza vere risate il film renda meno, risulti non completo e meno riuscito di altri. Io preferisco sempre risate sorde, iconiche e di testa piuttosto che quelle di pancia e questo film ha centrano completamente questo aspetto.

In definitiva credo che questa sottile distinzione porti a non idolatrare il mondo del cinema passando per fanatici ma allo stesso tempo ritengo che non si corra il rischio di ridicolizzarlo in maniera grossolana e sfacciata. No, i fratelli Coen rispettano completamente il cinema sapendo bene che si può e si deve ironizzare su questa fantastica “macchina dei sogni” ma sempre con il massimo rispetto: solo chi lo rispetta sa come e quando farci ridere nei giusti toni.

VISTO DA JOE

Per me è sì (strano, vero?). I fratelli Coen tornano in sala con un’opera più convincente rispetto alla precedente (un opaco “A proposito di Davis”). Convince l’ironia ed il sarcasmo utilizzato dai due cineasti nella realizzazione del film, nell’illustrare la loro presa in giro su un ambiente e la relativa contestualizzazione del periodo anni ’50. Più un film è fatuo, più è tronfio, più è sicuro del suo successo: sembra questa legge vigente nel fantastico mondo della celluloide di quei tempi. Era un periodo in cui il cinema era ricco e questa ricchezza doveva filtrare attraverso lo schermo. Sono pure gli anni in cui affiora pericoloso lo spettro del comunismo e i due fratelli non si risparmiano una serie di letture sarcastiche riguardo a questo periodo di caccia alle streghe.

ATTENZIONE! Non prometto la risata grassa: di sicuro, per tutta la durata del film vi troverete a sorridere costantemente (sempre che siate fini lettori delle opere dei due fratelli).

AVE, CESARE risulta complessivamente interessante per la molteplicità di registri che offre al pubblico. Magari potrà non piacere (dubito) ma di sicuro non annoierà proprio per la varietà di situazioni che presenta.

A PROPOSITO DI DAVIS era un film che potevano “fare” tutti: non traspare un’impronta alla Coen&Coen in quanto trattasi dello spaccato di vita di questo cantante trasposta su schermo. AVE; CESARE invece non è da tutti.

A parte Josh Brolin (l’impresario), filo rosso che unisce tutti i pezzi del film, i componenti del cast hanno parti apparentemente secondarie. Probabilmente anche questo è una lettura dei due registi a proposito di uno star system/tritacarne che tendeva ad uniformare le star che lanciava (e se non si adeguavano erano grossi guai).

Eppure gli attori che interpretano queste parti non sono certo mestieranti. Partendo da George Clooney, dico che i due autori del film hanno avuto il pregio di togliergli la #patina_nespresso che oramai perseguita Clooney qualunque cosa faccia: qualunque sia il film, sembra sempre di vederlo ammiccare con una tazzina in mano. E’ inutile ribadire la bellezza e la bravura di Scarlett Johansson attrice sorridente di fronte alle telecamere ma nevrotico a luci spente. Non posso non citare Tilda Swinton (a cui darei un premio per l’alta versatilità che contraddistingue le sue interpretazioni) che per non smentirsi ricopre il ruolo di due sorelle gemelle in lite perenne.

Vorrei poi fare una menzione speciale a Channing Tatum, attore considerato forse frivolo, forse usa&getta. La stagione in corso ci presenta un attore che sta iniziando a solleticare cineasti che tutto sono tranne che frivoli ed usa e getta: Tatum è già stato recensito qui per l’ultimo film di Tarantino, e adesso appare pure in AVE. CESARE dimostrando una certa dose di autoironia in merito alla propria fisicità.

Stavo quasi per dimenticare Ralph Fiennes nella parte di un regista molto meticoloso molto ben riuscito.

Insomma andate a vederlo

Marvin è in mezzo alla scena; va avanti ed indietro rileggendo affannosamente un plico di fogli che ha in mano finché dopo un po’ non arriva Joe vestito da centurione romano

JG (prostrandosi e ad alta voce): Ave Marvin.. Criticone te salutat!!

Marvin, sorpreso e preso di soprassalto -i fogli che aveva in mano sono volati in aria e ora ‘nevicano’ sulla scena-, fa un balzo all’indietro rischiando pure di cadere

M (assistendo allo scempio che si è creato, guardando Joe): Almeno, il latino.. SALLO!! (esce prima che Joe possa fermarlo e dire qualcosa)

Fonte: youtube

Leonardo DiCaprio alla premiazione sul palco del Dolby Theater di Los Angeles nella serata degli Oscar 2016 © APFonte: Ansa.it

Assegnati gli Oscar per i film del 2015.

Adesso arriva la parte più divertente : considerazioni, accuse, cospirazioni etc,etc…

Una corsa a due. A prima vista gli Oscar di quest’anno potevano esser visti come una clamorosa sfida tra ‘blockbuster’ d’autore, ovvero “Mad Max: Fury Road”e “The Revenant”con 10 nomination per il titolo di George Miller, addirittura 12 per quello di Inarritu. Inoltre è da notare come siano stati esclusi dalle nomination come “Miglior Regista” mostri sacri quali Ridley Scott e Steven Spielberg seppur i loro film abbiano avuto delle nomination. 7 per “The Martian” e 6 per “Il Ponte delle Spie”. Molti si aspettavano più considerazione per il caso “Straight Outta Compton” andando cosi ad aumentare la polemica che quest’anno ha tenuto “banco” cioè la totale assenza di nomination per attori/attrici/film di origine afro-americana.

La cerimonia dell’anno scorso è stata da molti considerata soporifera e invece questa????Noiosa, come d’abitudine, la serata televisiva, nonostante la buona performance del presentatore Chris Rock che ha avuto ottime battute un po’ per tutti e soprattutto senza rinunciare a qualche affondo sulla questione razziale che ha fatto riflettere. Troppo lunga, troppo pomposa e incapace di sintesi. La polemica ‘razzista’ che ha preceduto l’evento l’ha fatta da padrona, finendo per appesantire una ‘comicità’ apparsa a lungo andare ripetitiva, soprattutto nel cavalcare l’argomento

Niente Italia quest’anno nella categoria Miglior film straniero. Il premio è andato all’Ungheria con “Il Figlio di Saul” di László Nemes. Di seguito gli altri film nominati (magari vi attirano e volete cercarli per vederli): dalla Colombia: “Embrace of the Serpent” di Ciro Guerra; dalla Francia “Mustang” di Deniz Gamze Ergüven; dalla Danimarca “A War” di Tobias Lindholm e dalla Giordania “Theeb” di Naji Abu Nowar.

Andiamo dai quei premi che godono di poca visibilità per il grande pubblico ma che sono spesso trampolino di lancio per giovani cineasti ai loro primi lavoro in campo documentaristico o per corti d’animazione.

Il premio come Miglior documentario è andato a “Amy” diretto da Asif Kapadia sulla vita della cantante Amy Winehouse, morta a soli 27 anni per abuso di alcol dopo una lunga astinenza. Speravo, e non ero l’unico, che la vittoria andasse a “The Look of Silence” di Joshua Oppenheimer. Questo è davvero un bel film, mentre premiare “Amy” mi è saputo tanto della semplice glorificazione di un proprio mito da parte degli Stati Uniti.

Nella categoria Miglior cortometraggio documentario il premio è andato a “A Girl in the River: The Price of Forgiveness” di Sharmeen Obaid-Chinoy; per il Miglior cortometraggio il riconoscimento è per “Stutterer” di Benjamin Cleary & Serena Armitage e per il Miglior cortometraggio d’animazione premiato “Bear Story” di Gabriel Osorio Vargas. Essendo io uno che cerca, scava e si informa in maniera ossessiva ammetto che questi film non li ho visti… Potete capire quindi che se non li ho trovati io si hanno poche speranze di vederli al cinema o in dvd.

Passando ai premi di natura tecnica (i miei preferiti in assoluto vista la mia indole di nerd fissato per questo aspetto del mondo del cinema), avevo completamente riposto le mie speranze in un unico film che a mio avviso aveva raggiunto traguardi a livello tecnico/stilistico senza nessun dubbio. Sto parlando di Mad Max : Fury Road.

Direi quasi. I premi per Miglior sonoro, Miglior montaggio Sonoro e Miglior montaggio sono andati proprio al film di George Miller (con mia grandissima soddisfazione). Il premio come Migliori effetti speciali è andato a Ex Machina” di Alex Garland, premio che mi trova abbastanza d’accordo come trovo corretto anche il terzo premio consecutivo alla Miglior fotografia per Emmanuel Lubezki nel film “The Revenant”.

Nel comparto musicale tutti a tifare l’unico italiano in gara quest’anno, Ennio Morricone, per il film “The Hateful Eight” che ha vinto proprio come Miglior colonna sonora. Il premio come Miglior canzone è andato a “Writing’s On The Wall” da “Spectre”, credo proprio una delle più brutte canzoni di un film dedicato a James Bond che siano mai state scritte. Ho preferito TUTTI gli altri nominati con predilizione per la canzone di Lady Gaga “Til It Happens To You” dal film “The Hunting Ground” ma NON quella canzone.

Per i premi più “estetici” non c’è stata nessuna battaglia. Il solo vincitore per le 3 categorie (Miglior costumi, Miglior acconciature e Miglior scenografie) è stato meritatamente “Mad Max: Fury Road”. Poche chiacchiere, nessun disaccordo.

Il film della Disney/Pixar “Inside out” aveva ricevuto oltre alla nomination per Miglior Film d’Animazione anche quella per la Miglior Sceneggiatura e ci si aspettava anche una nomination come Miglior Film. Nessuno poteva togliergli però la statuetta come Miglior film d’animazione che ha vinto anche se io avrei apprezzato molto di più una dimostrazione di coraggio da parte dell’Academy assegnando il premio a film realizzati con altre tecniche quali il buon vecchio disegno a mano (“Quando c’era Marnie”) oppure la tecnica dello stop-motion per “Anomalisa” e “Shaun The Sheep”.

Continuando con quei premi considerati “più pesanti” nel senso di più importanti, la Migliore sceneggiatura originale è stata assegnata al film “Il caso Spotlight” (Tom McCarthy, Josh Singer). Assegnare un premio di questo tipo a un film di questo genere ha una forte valenza politica nel voler premiare un film di denuncia meno patinato e costruito in maniera commerciale come ad esempio “Il Ponte delle Spie” di Steven Spielberg.

Più o meno è lo stesso discorso che faccio con la Migliore sceneggiatura non originale assegnato a “La grande scommessa” (Adam McKay, Charles Randolph) aggiungendo il fatto che un film realizzato in questa maniera DOVEVA avere un premio e trovo che questo sia meritato.

Per i premi di tipo “attoriale” inizierei dalle donne: potere alla gioventù !!! Il premio come Miglior attrice non protagonista è stato assegnato ad un’attrice classe 1988 che si è fatta conoscere nel mondo cinematografico solo dal 2015 cioè Alicia Vikander per “The Danish Girl”. Per la Miglior attrice protagonista se tutti si aspettavano ancora vittoriosa Jennifer Lawrence (ma obiettivamente il film per cui era nominata, cioè “Joy”, è davvero brutto e queste cose pesano ai fini della premiazione), il premio è andato a Brie Larson per “Room” anche lei molto giovane in quanto del 1989.

C’era molta attesa per il premio come Miglior Attore… Tutti speravano di vedere Leonardo Di Caprio finalmente vincitore e infatti il premio come Miglior Attore protagonista è andato proprio a lui per la sua immensa e sofferta performance nel film “The Revenant”.

Il premio come Miglior attore non protagonista non è andato a Sylvester Stallone, come tutti si aspettavano, ma ad un attore di teatro che ha fatto moltissimo per il palcoscenico ma poco cinema nella sua carriera: sto parlando di Mark Rylance per “Il ponte delle spie”. Concludo con i due premi più importanti (non è vero ma sono sicuramente i più conosciuti anche dal pubblico medio).

Miglior regia: la battaglia quest’anno era davvero molto forte e ogni film era fortemente meritevole. Pensavo proprio che la “battaglia a due” sarebbe finita in parità con più premi tecnici per il film “Mad Max:Fury Road” e quelli più importanti a “The Revenant”. Con la vittoria di Alejandro González Iñárritu proprio per “The Revenant” le cose si erano messe come pensavo e trovo anche giusta questa decisione da parte dell’Academy.

Ma poi le cose sono cambiate e anche quest’anno il premio come Miglior regia e Miglior film non sono stati assegnati allo stesso film. Il premio come Miglior film è andato a “Il Caso Spotlight”.

E vai di considerazioni e accuse di cospirazioni.

I premi tecnici sono andati per fortuna quasi tutti al film più meritevole che c’era, cioè “Mad Max: Fury Road” e fin qui siamo tutti d’accordo e nessuna antipatica sorpresa. Alla fine il film di George Miller è stato quello che ha vinto più premi con 6 statuette in totale.

Voluti? Casuali? I premi femminili assegnati a giovani ragazze in contrasto con quelli assegnati ai maschi (è vero che Leonardo Di Caprio non è cosi vecchio ma ormai con le sue molte nomination è un interprete abbastanza “navigato”).

Qualcuno potrebbe dire che i 3 premi andati a “The Revenant” siano stati una sorta di contentino visto che su 12 nomination ha vinto solo 3 Oscar ma credo che nessuno possa davvero dire qualcosa su quei 3 premi assegnati (Fotografia, Regia e Attore Protagonista) che trovo davvero giusti e meritevoli.

Onore a Ennio Morricone e al suo premio che è davvero meritato.

Gli unici premi con cui davvero non sono d’accordo sono quello assegnato alla Miglior canzone e Miglior film d’animazione. Nel primo ho trovato che la scelta sia stata molto forzata e che ormai sia quasi un abitudine premiare la canzone portante di un film di James Bond. Nel secondo caso non dico che “Inside Out” sia brutto ma che è dimostrazione di poco coraggio assegnare il premio a un film live-action e non premiare tipi di lavori più artigianali quali il disegno a mano e la stop-motion.

Il premio come Miglior film farebbe un po pensare. Credo che il premio sia stato dato molto per un discorso politico: si è voluto premiare un caso di denuncia cosi forte, realizzato in questa maniera poco commerciale d’intrattenimento. Non dico che il film “Spotlight” sia brutto ma è curioso che gli sia stato dato il primo premio, assegnato come da scaletta cioè quello nella categoria Miglior Sceneggiatura Originale, e l’ultimo in scaletta cioè quello come Miglior Film. E nel mezzo il nulla assoluto: è una situazione bizzarra. Un “miglior film” non dovrebbe essere più presente tra i premi assegnati????

Marvin

OSCAR 2016 – Previsioni

Pubblicato: febbraio 27, 2016 in Uncategorized
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Oscars poster 2016.jpg

 

#questione_di_caprio, ne parlo subito e non ci penso più. Quando si deve eleggere un Pontefice e c’è un candidato troppo favorito, spesso si dice che questi entra in conclave da Papa per uscirne poi Cardinale. Temo che il signor Di Caprio farà la stessa fine anche quest’anno: la sua candidatura è un argomento di tale portata che alla fine, in Academy, non sarà votato. E benché la cabala lo aiuti pure (in molti casi capita di un attore che faccia accoppiata Golden Globe/Oscar -lui quest’anno ha vinto già il Golden Globe per lo stesso film-), ancora non son convinto di una sua vittoria. Al di là di questi discorsi basati sul poco, Leo rimanda l’appuntamento con la statuetta per il semplice fatto che esagera nella sua recitazione in Revenant: fa troppo, fa di più, e se fosse potuto uscire dallo schermo per intrattenersi con gli spettatori, lo avrebbe fatto. Come se dovesse dimostrare che lui PUO’ tutto e gli altri no. Sinceramente lo meritava di più due anni fa per il suo Wolf al posto di McConaughey che, pur essendo stato bravo, non si è dimostrato così sfaccettato. E chi può soffiargli il premio?

Eddie Redmayne (The Danish Girl) butta sul tavolo un’interpretazione ancora basata sull’aspetto fisico: basta vedere il trailer per convincersi della bravura dell’attore, forse facilitato da un aspetto esteriore particolarmente ambiguo che gli permette una buona dose di versatilità espressiva. A suo sfavore (e quindi a favore di Di Caprio) gioca il fatto che lui abbia già vinto l’anno scorso: la vittoria dell’oscar per due anni consecutivi (è capitato ai grandi come al mio ‘amato’ Tom Hanks) lo consacrerebbe come grande attore.

Brian Cranston (La vera storia di Dalton Trumbo) potrebbe essere il vero outsider della situazione: l’attore, negli USA, è noto per una serie di buone interpretazioni televisive. Anche qui, una vittoria (non del tutto improbabile) potrebbe spalancargli in modo più ampio il mondo del cinema: va detto che l’establishment americano usa manifestazioni come questa per una sorta di catarsi. Mi spiego meglio: Cranston interpreta la parte di uno sceneggiatore cinematografico americano (Dalton Trumbo), che negli anni ’40 fu messo sotto accusa perché accusato di simpatie comuniste, e per questo motivo emarginato. Una statuetta alla memoria, potrebbe pulire la coscienza al sistema Hollywood…

Matt Damon (Il sopravvissuto) e Michael Fassbender (Steve Jobs) hanno pochi assi per contrastare questa triade. Qualunque sia il discorso, io dico Redmayne.

Tra le migliori attrici c’è una lotta serrata. Da un lato c’è la professionalità indiscussa di Cate Blanchett, dall’altro un paio di attrici che ancora per poco tempo saranno considerate emergenti perché si stanno dando molto fare. La prima è Jennifer Lawrence (Joy) che ormai sembra abbonata alle candidature, ma che all’ultimo momento deve cedere il passo a qualcun’altra. La seconda è Brie Larson (Room -esce a breve in Italia-) che interpreta la parte di una madre che deve gestire un difficile rapporto con una figlia molto piccola. Charlotte Rampling e Saoirse Ronan non dovrebbero avere grosse chance in questa occasione. Io dico Larson

Tra i non protagonisti spicca di sicuro Tom Hardy, co-protagonista in The Revenant. Nel film è il cosiddetto cattivo, proprio come uno se lo aspetterebbe. Nonostante la parte sia stereotipata, complessivamente risulta molto verosimile. Vi invito a fare molta attenzione all’attore: è in uscita un suo film (The legend) dove interpreta la parte di due gemelli. Temo molto la carognata dell’Academy nei confronti di Di Caprio e vedo molto vicino alla vittoria questo attore. A poca distanza da lui, ci sarebbe Mark Ruffalo (Il caso Spotlight), attore che in un film corale riesce a trovare piccoli margini per distinguersi dal resto del cast. Potrebbe contrastare il passo a questi due l’attore Christian Bale (La grande scommessa), film che non ho visto perché non troppo attirato dal genere. A Sylvester Stallone (Creed – Nato per combattere) dico solo ben tornato. Mark Rylance (Il ponte delle spie) non mi sembra possa spiccare rispetto agli altri. Do credito alla carognata dell’Academy e dico Hardy.

Tra le non protagoniste dico subito Jennifer Jason Leigh (The hateful eight): l’attrice esce da un suo personaggio-cliché-complessato per affrontare un ruolo nuovo e di sicuro non facile. L’Academy però non ha grande considerazione per il ragazzaccio Tarantino e quindi potrebbe preferirle Alicia Vikander (The Danish girl), molto quotata pure lei. Risulta candidata anche Rachel McAdams per Il caso Spotlight: l’attrice non sfigura di certo, ma data la struttura del film (I protagonisti sono un piccolo gruppo di giornalisti), non ha sufficienti spazi per emergere quel tanto da poter aspirare al premio. Fuori quota Winslet (Steve Jobs) e Rooney Mara (Carol). Già l’ho detto e continuero a ribadirlo… JJL!!

E veniamo ai film ed ai registi.

Escludo subito Inarritu: visto il film dell’anno scorso, mi aspettavo qualcosa di maggiormente visionario e/o surreale. Il film poteva prestarsi a questo, ma il regista ha perso un’occasione e pure buona. Ha fatto invece un film paradossale e per il mio modesto parere pure inverosimile in certi punti. Escluderei pure Brooklyn così come il troppo tecnico Mad Max (rivisitazione, a detta del regista, del ciclo apparso sugli schermi negli anni ’80). Escluderei anche Sopravvissuto, storia non lontana dal genere del film Gravity di qualche anno fa. Non c’è un vero film dove si possa apprezzare qualche tocco registico particolare tale da lasciare il segno. A mio parere l’Academy premierà più la storia che la buona fattura del prodotto cinematografico. Se potrà essere questa la linea dell’Academy, allora il premio dovrebbe andare a Room. Altrimenti, già l’ho detto, come capita spesso in queste occasioni nazional popolari americane, l’Academy cercherà di lavarsi la propria coscienza dando l’alloro a Il caso Spotlight: basata su fatti realmente accaduti, il film narra la storia di un gruppo di giornalisti di Boston che indaga su casi di abusi sessuali perpetrati da numerosi sacerdoti della chiesa locale, coperti dall’arcivescovo e ignorati dalle autorità competenti. La pellicola, sorta di docu-film, rimane apprezzabile per una regia asciutta e per la volontà di denuncia rispetto a quanto accaduto.

Ebbene, nonostante mi sia soffermato a parlare molto di Spotlight, il mio pronostico è per Room (e per il suo regista), titolo che in Italia è imminente.

Non è un oscar che decreta la bellezza di un film, semmai può contribuire a decretarne il successo. Voi, a prescindere, andate al cinema.

Joe Gideon

Libreria Baravaj/Osteria dell’Utopia (a Milano in via Vallazze 34, angolo viale Lombardia), all’interno del ciclo di incontri denominati DEGUSTAZIONI CINEMATOGRAFICHE, ospiterà anche per il mese di febbraio i due malandrini del web, Marvin e Joe, per la consueta monografia su un personaggio legato al mondo del cinema.
Il prossimo incontro è fissato per il 24 febbraio (indicativamente a partire dalle 20.45/21.00). Per l’occasione sarà presente l’esperta Gaia Tartaglia per parlare di un regista che ormai è un’istituzione nel mondo del cinema: Woody Allen.
Un’analisi totale del personaggio sarebbe lunghissima se non addirittura impossibile data la sua peculiarità, pertanto il focus sarà sul suo rapporto con le donne e l’amore, dettaglio a dir poco fondamentale nei suoi film. Woody Allen ambienta le sue particolari relazioni in diverse città del mondo e riesce a dargli vita in un modo caratteristico e poco “smielato”, diverso da qualsiasi altro tipo di commedia romantica.
“Fin da bambino sono sempre andato dietro alle donne sbagliate. È un mio problema. Quando mia madre mi ha portato al cinema a vedere Biancaneve tutti si sono innamorati di Biancaneve; io, della strega.”
La citazione del suo capolavoro “Io & Annie” spiega perfettamente come la sua vita privata abbia influenzato, non poco, i suoi film e le storie d’amore di cui narra.
L’ingresso è libero: vi attendiamo numerosi.

Locandina del film The Hateful Eight Fonte: Trovacinema.it

Regia: Quentin Tarantino

Con: Samuel L: Jackson, Tim Roth, Kurt Russel, Michael Madsen, Channing Tatum, Jennifer Jason Leigh.

Genere: Western

VISTO DA MARVIN

La mia recensione sarà forse un po’ più lunga del solito non tanto perché io adori particolarmente questo regista ma perché vorrei spendere qualche parola in più su un lato tecnico della pellicola…..cosa che a me piace molto!!!!

Come forse molti di voi sapranno il film è stato girato e presentato in versione 70mm. Solo tre sale in Italia hanno la possibilità di mettere in scena una visione di questo tipo; nelle altre, uscirà in classica versione digitale (e con alcune scene in meno).

Quentin Tarantino fa parte di una cerchia di registi che girano ancora in pellicola anche se poi i suoi film, come quelli di tutti, sono distribuiti nelle sale in digitale.

Il motivo per il quale ha scelto il formato in 70mm per “The Hateful Eight” è lo stesso per cui altri registi come Paul Thomas Anderson (che ha girato “The Master” in 70mm), Christopher Nolan, Alfonso Cuaron o Terence Malick girano quasi sempre parti dei loro film in 70mm: per mantenere viva la pellicola, dimostrandone l’utilità e non farla morire. Inoltre il formato 70mm si presta molto a film western, kolossal biblici oppure un film quale “Tron”(che pochi sanno fu girato in 70mm) o, per citarne altri, “Amleto” di Kenneth Branagh, “Tutti insieme appassionatamente” e pochi altri.

Alcune caratteristiche fondamentali di questo tipo di proiezione sono l’ouverture musicale all’inizio (schermo con un immagine fissa, nessun titolo di inizio e musica da orchestra) oppure un’interruzione tra primo e secondo tempo di circa 15 minuti.

Entrando nello specifico il film di Tarantino è stato girato con macchine da presa moderne ultra Panavision 65mm e poi stampato in 70mm anamorfico che consente un formato di proiezione 2,76:1.

Il dilemma sta nel decidere se ne vale la pena e se con le tecnologie di oggi c’è una vera differenza tra il digitale e il 70mm.

Noi tutti siamo ormai abituati alla qualità della pellicola 35mm, mentre da poco si è passati a quella superiore del digitale a 2K e in alcuni casi a 4K. La differenza tra il 35mm e il 70mm è, detto in parole povere, la stessa che passa tra il DVD e il Blu-Ray.

Le parole d’ordine sono risoluzione, maggiore brillantezza e migliore dinamica dei colori.

Ma certo il 70 mm è decisamente migliore della qualità Blu-Ray o di quella dei DCP (il formato digitale in cui vengono proiettati i film al cinema). Per fare un esempio basti considerare che se un film in digitale viene proiettato in sala ad una risoluzione di 2.000 pixel circa, la digitalizzazione di una pellicola girato in 70mm è stata fatta scannerizzando la pellicola ad 8.000 pixel.

Quindi il 70mm è meglio del digitale. Ma siamo in grado di accorgerci della differenza??? Oltre un certo livello di dettaglio infatti ci scontriamo con la sensibilità dell’occhio, un limite che è fisico (ci sono più dettagli di quelli che possiamo cogliere e quindi non ce ne accorgiamo). Difficilmente si accorgerà della differenza chi al cinema non va mai; più facilmente invece un occhio allenato potrà vedere meglio questa differenza, ma si parla sempre di minuzie e di particolari da appassionati.

Vi faccio solo alcuni esempi pratici di scene che hanno una resa particolare proprio grazie al 70mm:

 -sicuramente tutte le scene all’aperto (Questo formato è altamente giustificato se vengono messi in scena spazi enormi,distese di scenari immensi e imponenti: quindi tutte la parti in cui il film è ambientato all’aperto sono, per questi ovvi motivi, già rese al meglio con il 70mm);

-in una scena ambientata dentro una diligenza il direttore della fotografia riesce ad andare ancora più in là: utilizza la brillantezza e la capacità di catturare luce esterna assieme al riflesso della neve dell’esterno, portando il tutto ad una strana luminosità sulla scena con una forza dirompente;

-siamo abituati ad avere personaggi che interagiscono in primo piano e spesso lo sfondo è sfocato pur essendo animato da comparse: visto il forte livello di dettagli dell’uso del 70mm, in questo film, in quasi tutte le inquadrature che non sono primissimi piani, esistono due livelli narrativi egualmente importanti e nitidi (Questo metodo è presente un po’ in tutta la pellicola anche se ci sono scene che volutamente passano “da fuoco a contro fuoco” dello sfondo per chiare scelte creative di narrazione del regista).

Ma è ora di passare ad un’opinione sul film, lasciando stare la parte più puramente tecnica.

Dividerei il film in una prima parte più verbosa e chiacchierata ed in una seconda parte più all’insegna dello splatter. In tutta la pellicola ci sono molte lungaggini: lungaggini di discorsi portati allo sfinimento e lungaggini anche nei momenti più action. Nel film non si corre mai, non si va da nessuna parte e si gira sempre in torno alle stesse situazioni, agli stessi luoghi e agli stessi discorsi.

Dicono che Tarantino sia un genio ma non si deve dar ragione e osannare Tarantino a priori. Il continuo parlare e parlare di tutti i personaggi di questa storia può portare a noia, può portare a fare il giro completo dei sentimenti passando da una profonda curiosità, un forte interesse verso tutti i discorsi fino a far decadere l’attenzione all’insieme perché troppi e a volte ripetitivi.

Al regista piace il cinema, piace vedere quello che sa creare sia a livello di movimenti di macchina sia nel far parlare i suoi personaggi e forse non si accorge che tutte le lungaggini esagerate certamente permettono al pubblico di assaporare ogni dettaglio scenico, ma così facendo ogni volta, si rischia di far perdere la pazienza al pubblico anche a quelli che sono i “Tarantiniani più convinti” perché Tarantino fa spesso discorsi politici. Però, ribattere sullo stesso tipo di discorso, riproponendo le stesse polemiche non lo rende migliore.

Mi permetto anche di classificare il film non tanto come un western: vi ho visto tanti omaggi a registi di altro genere quali John Carpenter o Sam Raimi dei primi tempi. Anche la straordinaria colonna sonora di Ennio Morricone non è propriamente da western ma è molto da horror.

Questo film, infatti, è un horror in moltissime sue parti.

Quentin Tarantino sporca (metaforicamente e fisicamente) il suo film, sopratutto nella seconda parte con tutte quelle caratteristiche estrose del suo cinema, puntando quindi sull’ironia, sullo splatter più estremo con tutti quelli che sono i suoi marchi di fabbrica. Ed è quasi un peccato, perché il film stava funzionando perfettamente anche senza o almeno tenendo un po’ sotto controllo questi cardini, dimostrando ancora una volta (non lo faceva dai tempi di “Jackie Brown” ) di essere un ottimo drammaturgo, di saper creare tensione con parole, attese e gesti misurati. Alla fine, però, in tutto questo ci mette anche la parte più goliardica, quella che piace a lui e al suo pubblico, forse esagerando.

Trovo che Tarantino ami troppo i suoi personaggi e quelli che dovrebbero essere i suoi “odiosi otto”… non sono molto odiosi perché il regista li tratta troppo bene le sue creature non castigandole mai, dando ad ognuna spunti di interesse particolari che la rendono molto, troppo simpatica e “cool”.

Purtroppo alcune volter arriva al punto di portarli a comportarsi in maniera poco coerente creando,a mio avviso, grossi buchi di sceneggiatura.

ALERT SPOILER !!!!! – DA NON LEGGERE SE NON AVETE VISTO IL FILM –

Una cosa sul finale: nei film in cui c’è da risolvere un mistero, in cui ci sono omicidi dove bisogna scoprire il colpevole o c’è da scovare il traditore come in questo caso, sarebbe corretto che gli spettatori sapessero tutto, avessero tutti i mezzi e gli indizi per cercare di trovare il colpevole. Non trovo giusto, perché è prendere “per il c….” il pubblico, che la risoluzione dell’enigma avvenga tramite un personaggio/un espediente/una risoluzione che arrivi dall’esterno della storia e che prima non si era mai visto. Ma a Tarantino non interessa rimanere fedele alle regole del genere.

VISTO DA JOE

Che dire? Il talento di QT è sicuramente indiscutibile. In alcuni casi esso risulta ben gestito, in altre circostanze prende la mano al regista portando il tutto a livelli parossistici (e non parodistici). Mi domando: ma se un altro regista avesse presentato un film COSI’ cosa sarebbe successo? Come sarebbe stato accolto? Forse è questo il merito di Tarantino: lui può permettersi di girare pellicole che altri non potrebbero nemmeno sognarsi.

E veniamo al fattore sangue. E’ una cifra ricorrente: in Pulp Fiction e Kill Bill era talmente esagerato da far apparire il tutto come un cartone animato umanizzato; in Django era eccessivo ma forse per voler evidenziare la ‘dark side’ dell’effetto speciale. Qui invece siamo all’esagerazione splatter: a intervalli regolari è tale la sua presenza che alla fine non si può più parlare del sangue come un ‘fattore’, semmai come di un PERSONAGGIO. Il che non toglie il fatto che alcuni passaggi siano caratterizzai da momenti crudi e violenti, a volte anche un po’ disturbanti.

Parlando della struttura della pellicola, ecco che QT torna ai suoi albori squadernando i canoni tradizionali della sceneggiatura. Non mancano le autocitazioni, o piccoli richiami a suoi film precedenti, ma per fortuna sono fatte senza farle cadere troppo dall’alto.

Parlando sempre di struttura, è vero che si tratta di western, ma anche di giallo alla Agatha Christie. Ci sono pure reminiscenze teatrali che riportano alle grandi opere di Shakespeare, ma pure alle ‘claustrofobie’ da teatro russo. La tematica invece riguarda solo il western, anzi, attua geometrici parallelismi con la realtà contemporanea: i protagonisti agiscono in un’epoca di poco successiva alla guerra di successione. Nonostante l’esito della guerra, l’atavico disprezzo dei sudisti verso la popolazione di colore non si era assolutamente sopito, così come non era diminuita quell’avversione tra nordisti e sudisti a seguito proprio di questa guerra. Probabilmente Quentin è voluto andare alle radici di un problema (il razzismo, la non-tolleranza) tuttora esistente in terra americana, evidenziando come certe spedizioni punitive, purtroppo, non siano un’iniziativa recente. Quindi, terminato il conflitto secessionistico, non si trattava di semplice odio/disprezzo a livello verbale: bastava un niente per trasformare il tutto in violenza cieca (ed esagerata se parliamo del film) che porta di conseguenza litrate di sangue sullo schermo.

Gli attori? Apprezzabili, tutti. Inizierei con Jennifer Jason Leigh, in odore di Oscar. Faccio il tifo per lei perché è la prima volta che partecipa ad un film di Tarantino con un ruolo caratterizzato da dettagli forti e non semplici da mettere in scena. Leigh meriterebbe la statuetta a seguito di una pluriennale carriera cadenzata da personaggi complessati sempre ben espressi dalle sue capacità interpretative.

Entra nel carrozzone Tarantino Channing Tatum, attore solitamente interprete di ben altri ruoli, il quale si cimenta in qualcosa di diverso venendone fuori a testa alta: pur essendo secondaria, la sua parte risulta in ogni caso incisiva.

Kurt Russel da molti è ricordato come Jena Pliskin in “1997-Fuga da New York”: casualmente (o no?) uno dei personaggi lo definisce proprio iena (effetti del doppiaggio italiano?). In ogni caso l’attore, elegantemente invecchiato, incarna bene lo stereotipo di certe figure che caratterizzavano il west presente nell’immaginario collettivo.

Lascio per ultimi Tim Roth e Samuel L. Jackson: se il primo non è un assiduo dei titoli tarantiniani ma rimane pur sempre un ottimo interprete della volontà del regista, il secondo è ormai un fratello di latte, anzi, di sangue (è il caso di dirlo), del regista poiché intuisce a monte le sue volontà nel momento in cui assume un qualsiasi ruolo nei suoi film.

Per concludere: il film mi è piaciuto più di Django ma meno rispetto ad altre pietre miliari dello stesso autore, a causa di certe piccole incongruenze o per certo morboso voyeurismo violento proposto dallo stesso Tarantino, che risulta fastidioso se non addirittura gratuitamente perverso. Comunque, rimane il fatto che, piacciano o meno le dinamiche di Tarantino, ogni suo film debba essere visto.

Marvin è in mezzo alla scena; indossa un completo rosso (persino le scarpe son rosse). Inganna il tempo rileggendo alcune scartoffie, fin quando non arriva Joe vestito NELLO STESSO MODO. Tiene le mani dietro la schiena, sembra nascondere qualcosa di voluninoso.

M (tono concitato): E adesso?? Cos’è sta novità che ti vesti di rosso?

JG (timido): Ma anche tu sei vestito di rosso!

M (irritato, con aria decisamente nevrotica): Cosa c’entra!?! Io mi vesto SEMPRE di rosso! (Joe, con le mani sempre dietro la schiena, si rivolge verso l’ipotetico pubblico con uno sguardo interrogativo, a smentire l’affermazione di Marvin -che non si veste MAI di rosso) esce triste, con la coda tra le gambe, mentre Marvin inizia a camminare nervosamente avanti e indietro sulla scena)

JG (timido e impacciato nel parlare): Dovendo parlare di Tarantino, si deve parlare di sangue: se ci scappa il sangue, su un completo rosso fa meno paura.. fa meno senso.

M (abbastanza sarcastico): Dobbiamo parlare al pubblico di Tarantino, mica fare dimostrazioni pratiche di…(si blocca, cambia tono, stupefatto)…‘Spetta..Vorrai mica farmi credere che…dietro la schiena nascondi forse una KATANA??

JG (con aria triste e con molta lentezza palesa una splendida Katana dalla lama lucente; con voce molto bassa): Ehm… Sì.

M (ridendo): Ma dove l’hai pescata? Mettila giù prima che qualcuno possa farsi del male (avvicinandosi a lui) E poi, vatti a cambiare: dobbiamo SOLO parlare di Tarantino.

JG: Okay, va bene.

(Joe esce, lasciando la spada per terra, sulla scena. Non appena Marvin realizza che l’amico è lontano e non può vederlo, inizia a prenderla in mano e a provare gesti e mosse con molta precisione).

M (con aria di sfida): Dovremo solo parlare…(agitando la spada sopra la testa)… Ma se solo dirai qualcosa su cui non sarò d’accordo (facendo ripetutamente il gesto di tagliare qualcosa nell’aria)… Caro Joe… Ti farò a pezzettini! (la scena si conclude con un ghigno satanico di Marvin).

Fonte: youtube

Anteprima (?): LIFE

Pubblicato: gennaio 26, 2016 in Uncategorized
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Locandina del film Life Fonte: trovacinema.it

 

Regia: Anton Corbijn

Con: Robert Pattinson, Dane DeHaan, Ben Kingsley,Alessandra Mastronardi

Genere: Drammatico, Biografico.

Uno dei tanti film persi nella distribuzione italiana…

VISTO DA MARVIN

I motivi di interesse per vedere questo film sono davvero tanti e di seguito vado ad elencarli: un film basato su un servizio fotografico è molto raro, trovo che sia uno spunto narrativo originale; vedere se la rappresentazione dell’attore Dane DeHaan nei panni di James Dean poteva essere convincente; confermare il fatto che Robert Pattinson stia cercando di scrollarsi di dosso definitivamente i panni del vampiro di “Twilight” e dire che, come sempre accade, la collaborazione con grandi autori quali David Cronenberg, Werner Herzog e Anton Corbijn gli sta facendo proprio bene. Tra i vari motivi, quello che preferisco è vedere il nuovo lavoro del regista Anton Corbjin che ho tanto odiato in “The American” ma che ho tanto amato in “La Spia”.

Non credo che questa volta il lavoro del regista mi abbia conquistato a pieni voti: credo che accosterò questo lavoro più ad una ricerca di realizzare un film d’autore come aveva cercato di fare con “The American” ma senza davvero riuscirci del tutto forse perché spesso sembra girare a vuoto e raccontare aneddoti e stralci di vita hollywoodiana e in particolare dell’ascesa di James Dean senza un vero filo conduttore o senza un vero modo diverso dal solito di fare un film “d’autore”.

Il film risulta girato come una via di mezzo tra un reportage, un documentario, un biopic, un racconto di cronaca e tanto altro. A livello di sceneggiatura cerca in tutti i modi di mettere in scena cosa voglia dire sentirsi tirati da più parti. Lo fa sia fisicamente (tanti i viaggi tra Los Angeles, New York e lo stato dell’Indiana) ma sopratutto spiritualmente da mondi diversi tra loro che necessitano di approcci differenti a livello concettuale. Tutto questo accomuna i due personaggi protagonisti: James Dean (che al passaggio nello star system deve sottostare a certe regole comportamentali), e il fotografo Dennis Stock (voglioso di realizzare un servizio fotografico importante e finirla di stare di lato nei Red Carpet).

Piccola nota a livello fotografico: ho trovato quasi fastidioso il continuo passaggio da ambienti con colori caldi e chiusi caratterizzato da inquadrature strette sui volti dei personaggi ad altre in ambienti esterni, molto ampi a campo lungo. Se poi ci si mette il fatto che le scene in esterno sono spesso ambientate in ambienti innevati il contrasto cromatico di luce tra lo scuro dei luoghi chiusi e il bianco accecante dell’esterno risulta ancora più accentuato ed estenuante. Quello che del film mi ha davvero conquistato è l’interpretazione dell’attore Dane DeHann: non mi ha colpito tanto per la sua verosimiglianza o meno con James Dean (perchè ammetto tranquillamente che non ho “subito” il fascino di questa grande icona mondiale vista la mia giovane età) quanto per il suo cercare di mettere in scena un personaggio che sta perdendo la sua innocenza, che sta finalmente uscendo da casa per diventare una grande star mondiale e che si trova inerme davanti a questo passaggio in cui dovrà accettare che il suo essere ribelle dovrà venir meno perchè costretto da tabelle di marcia e vincoli contrattuali. Ecco tutto questo credo sia stato colto alla perfezione dall’interpretazione dell’attore Dane DeHaan.

VISTO DA JOE

Incomincio dagli attori? L’ho già fatto altre volte, perché non dovrei farlo adesso?

Robert Pattinson: non passa mai inosservato. Vuoi perché è piuttosto alto, vuoi per quell’aria tendente perennemente al pallido che ti farebbe voglia di proporgli il classico ‘ovetto sbattuto’ per tirarsi un po’ su. Di sicuro, questo aspetto (unito a un’aura maudit) era quanto di meglio per la realizzazione filmica della saga vampiresca di “Twilight”: con tale pellicola Robert ha raggiunto un successo a dir poco notevole che però sembrava lo stesse un po’ imprigionando in un cliché.

Non seguo molto questo attore, ma mi è capitato di vederlo in “Maps to the stars”. Avrebbe avuto la possibiità di venirne fuori bene e invece… Sembrava ancora molto attaccato al suo vecchio personaggio succhiasangue.

In questa occasione direi che il salto di qualità è stato compiuto anche se può essere prematuro parlare della nascita di una nuova star perché Pattinson è ancora giovane e, non per gufargli, ma qualche sbaglio potrebbe ancora farlo. Qui è un ragazzo di buone speranze (confermate, dal momento che il suo personaggio è il fotografo Dennis Stock alle prime armi). Pattinson quindi cerca di coniugare la caparbia voglia di sfondare con quelle che sono le incombenze quotidiane (un matrimonio naufragato e la gestione di un figlio piccolo da non deludere mai).

Se Pattinson impersona questo giovane e futuro fotografo in carriera, Dehaan incarna un James Dean nel momento in cui sta emergendo, nel momento in cui il mondo sta parlando di lui.

Ai più, DeHaan è poco noto: la sua carriera è ricca di interpretazioni in telefilm più o meno conosciuti (uno tra tutti: “Law & Order”). Nel film, DeHaan per certi aspetti pare un po’ stereotipato nell’atteggiarsi, nel suo essere maledetto, nell’essere da un lato interessato a diventare famoso ma dall’altro desideroso di rifuggire dai riflettori per preferire la confortante quiete casalinga. Ma se almeno in questi passaggi la sua recitazione può apparire passabile, sono un po’ imbarazzanti e goffe le iconiche foto che vengono scattate durante il film (se vedrete il film, riconoscerete sicuramente certe immagini che hanno fatto di Dean una leggenda): l’attore sembra cambiare il suo linguaggio del corpo perché non tenta di immedesimarsi o di dare una sua reinterpretazione. Sembra piuttosto voler ‘riprodurre’ in maniera vuota quei momenti resi eterni dall’obiettivo di Stock.

Il film? Potrebbe definirsi una sorta di docu-film: molti sono i nomi altisonanti che all’epoca gravitavano intorno all’emergente James, e che il film cita con alcune brevi apparizioni (Kazan e Warner per citarne solo due). Sono anche ben fatte le ricostruzioni degli ambienti di metà anni ’50. Io devo dire, però, che non sono particolarmente coinvolto dalla leggenda di James Dean. Ma questo vuol dire poco: il film non mi ha dato molto, non è uscito dallo schermo (a dir la verità l’unico che è ‘uscito’ è Pattinson). Magari, chi è più legato al mito leggendario di Dean questo film dirà e darà molto di più.

Marvin è in mezzo alla scena; attende nervosamente l’arrivo di Joe, il quale arriva dopo un po’ con un’aria strana, tra il sornione ed il mattacchione. Non appena è vicino a Marvin sfodera uno stereotipato e sonoro sorriso che evidenzia un paio di canini carnevaleschi.

M (tono concitato): Ma cos’è sta buffonata??? Hai detto che Pattinson sta cercando di togliersi la pesante maschera di vampiro e poi ti presenti così!?!?

JG (poco convincente): Ma non hai colto l’ironia? Non hai colto il sottotesto??

M (calmo ma feroce allo stesso tempo): Sottotesto?? Con QUEI canini??? Ma fammi il piacere, vattene e tornatene al più presto con un’altra idea! (Joe esce triste, con la coda tra le gambe, mentre Marvin inizia a camminare nervosamente avanti e indietro sulla scena)

M (piuttosto nervoso): Certo che quando vuole ce la mette tutta per farmi arrabbiare! GRRR! (e sul grugnito finale, rivolto al pubblico, sfodera un paio di canini vampireschi se possibile anche più ‘scenografici’ di quelli di Joe).

fonte: youtube