BIG EYES

Pubblicato: gennaio 21, 2015 in Uncategorized
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Locandina del film Big Eyes Fonte: trovacinema.it

Regia: Tim Burton

Con: Christoph Waltz, Amy Adams, Terence Stamp, Krysten Ritter, Jason Schwartzmann

Genere: biografico/drammatico

 

VISTO DA MARVIN

Io sono tra quelli che dicono che ormai Tim Burton , il suo stile e la sua vena artistica si sia persa da parecchio tempo. Anzi, esagero pure dicendo che questo film è l’ennesimo lavoro fatto da un vecchio che fa ormai film brutti con l’unico scopo di cercare l’incasso facile.

Con questa mia premessa chiarisco subito la mia posizione.

Per essere precisi, nel film sono presenti alcuni “tocchi” particolari del regista. Un grosso segno dello stile “Burtoniano” è l’aver caricato di moltissimi colori la fuga della protagonista in paesaggi e situazioni esteticamente idilliaci quando al loro interno sono presenti varie mostruosità d’intenti (figura che mi ha ricordato “Edward Mani di Forbici”). E mentre il film si adagia sulla noia narrativa, il caro Tim cerca di ravvivarlo in ogni modo cambiando anche il tipo di narrazione (parte come commedia, poi diventa un melodramma , quasi un giallo per poi concludersi come un legal-thriller). Soprattutto non mi convince l’utilizzo di personaggi sopra le righe ma troppo abbozzati che non lasciano il segno: il regista punta tutto sulla coppia al centro della vicenda dimenticandosi figure secondarie che sarebbero state anche interessanti se avessero avuto più spazio.

Parliamo dei due protagonisti: se l’interpretazione di Christoph Waltz risulta eccessivamente gridata e sopra le righe (sopratutto in un finale estroso che risulta essere la parte più incolore, frettolosa e inconcludente di tutta la pellicola) è invece quella di Amy Adams ad essere vincente perché più misurata e sincera. Questo è il tipico caso in cui un’interpretazione fatta di sottrazione (Adams) vince tranquillamente su un’altra fatta di grida ed eccessi (Waltz) ma il regista ci mette “lo zampino”. Se, in teoria, dovremmo fare il tifo per la povera Mrs. Keane, il regista fa di tutto per far emergere il Mostro (altro piccolo rimando al suo solito modo di fare cinema) e mettere il personaggio di Waltz in primo piano, farlo risaltare in scena e nei propri intenti. In un frangente butta anche un piccolo discorso sul fatto che lui possa essere un personaggio malato a livelli patologici e schiavo delle propri bugie ma il discorso rimane sospeso nell’aria e senza un seguito.

Ma in quest’ultimo come in tanti altri manca d’incisività , di spessore e di un vero intento di presa di posizione. Il regista si appiattisce, risulta troppo lineare nella sceneggiatura e lascia vaghi troppi buoni spunti. Il fatto che il film non sia solo la storia di come una donna si sia liberata del marito usurpatore d’arte ma anche della schiavitù da quell’uomo, della fama e del successo e dell’esagerazione del marketing, è cosa facile da capire ma non evidenziata e analizzata a dovere.

Troppo innamorato dei suoi personaggi (sopratutto di Waltz) e troppo attento a narrare i fatti per capire che c’era ben altro da narrare.

 

VISTO DA JOE

Tratto da una storia vera. Parentesi. E’ una mia assurda impressione o la maggior parte dei film in circolazione prende spunto da biografie/libri/fatti realmente accaduti? Sembrerebbe che la settima arte non sappia più inventare storie e che per stare a galla debba prendere spunto da quel gran cinema che è la realtà. Parentesi chiusa, anche perché queste considerazioni sono abbastanza inutili in questo contesto.

Inizio con il dire che chi voleva vedere TIMBURTON vedrà invece timburton. Il regista è noto per connotare i suoi prodotti di immagini ed atmosfere inquietanti. La componente visionaria, poi, risulta essere spesso un filo conduttore tra tutti i suoi film. Qui invece sembra di vedere un regista tra i molti, sicuramente abile nel costruire storie, che solo ad un certo punto prova ad uscire da binari sicuri e lineari per offrire in un breve tributo al maestro Burton. Poi, per paura di strafare con questa sorta di cameo citazione, se ne ritorna nel suo comodo alveare a dirigere la sua vicenda con il suo prima, il suo poi e il suo dopo.

Lettore/lettrice: se dopo questa mia dichiarazione (che non è uno spoiler) la delusione è forte, allora ti sconsiglio la visione del film. Se invece vuoi vedere un film dove Tim Burton si cimenta in qualcosa di diverso dalla sua precedente produzione allora continua a leggere.

Siamo tra gli anni ’50 e ’60. Una donna con un matrimonio alle spalle, pensando di migliorare la propria situazione, finisce per innamorarsi di un uomo che solo all’apparenza si rivelerà il suo salvatore. Il nuovo status la vede relegata in una sorta di gabbia dorata dalla quale a un certo punto desidera uscire.

Il film mette in luce molto bene gli aspetti psicologici dei due personaggi principali e soprattutto una condizione femminile decisamente succube dell’universo maschile, tant’è vero che il contrasto tra i due protagonisti prende sempre più vigore. Come un tornado che acquisisce forza prima di scatenarsi. Come una valanga che, man mano che scende a valle, diventa sempre più imponente e pericolosa. La gabbia dorata: godere una certa serie di privilegi ma senza essere se stessi oppure emanciparsi da questo finto paradiso?

La storia comunque avvince soprattutto perché non è così nota al pubblico, per cui vuoi vedere comevaafinire questo burrascoso ménage tra questa moglie e questo marito così agli opposti tra loro.

I due attori principali (Amy Adams, Christoph Waltz) benché impostati su linee e toni molto diversi non si rubano spazio (e un personaggio come quello di Waltz rischiava di oscurare ed offuscare tutto il resto).

A proposito di Waltz, a caldo ho apprezzato il ‘gigioneggiare’ del suo personaggio, il suo essere fantasticamente burino in tutte le occasioni allo scopo di ottenere sempre qualcosa, primo fra tutti l’essere sempre al centro dell’attenzione come punto di partenza per guadagnarci sempre qualcosa, in denaro o in natura. Il suo modo di recitare mi è piaciuto perché questo tipo di fauna umana esiste a diversi livelli e in vari ambiti. Non è facile introiettare l’essenza di queste persone e rendersi così naturalmente antipatici. A freddo dico che Waltz, nel suo Keane, mi ha ricordato molto nei toni (cambiati ambienti e contesti) l’ufficiale nazista da lui interpretato in Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino. Bravo, sì. Ma poteva inventarsi    qualcosa per diversificarsi, così come fece in Django unchained.

Adams è il giusto contrappunto di Waltz: gioca di sguardi, di battute brevi ed efficaci, di gesti rapidi ma eloquenti. Non cerca la gara con Waltz usando le armi di Waltz (anche perché la perderebbe ancora prima di iniziarla): lo sfida su altri terreni. E alla fine bisogna mettere ‘X’ in schedina.

Del regista ho già detto e mi sbilancio: sì, non mi è dispiaciuto vedere questa sua ultima opera. Sapendo però di cosa è stato capace in passato e sapendo che i quadri al centro del film potevano essere lo spunto per qualche effetto surreale di una certa consistenza, dico che Burton ha perso una discreta occasione per firmare un piccolo gioiello.

 

 

Joe e Marvin si incontrano in mezzo alla scena. Joe sembra avere gli occhi fuori dalle orbite.

M: Non mi dire..Hai visto BIG EYES.

JG (come fosse un automa): Sì..

M (sicuro di sé): Non mi dire..E perché hai quella faccia lì? Effetti collaterali del film

JG (senza espressione, come un automa): Il film non c’entra… Anzi c’entra… L’ho visto dalla prima fila…

 

Fonte: youtube

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commenti
  1. Aldo Costa ha detto:

    Ma chi ve l’ha fatto fare? Con tutti i cinema che avete a Milano! Pensate che qui abbiamo solo tre sale suddivise in una multisala da due e in un cinema normale. Peccato che i film di una delle due sale del multisala e quelli del cine “simplex” siano il 90% delle volte gli stessi! Con il risultato che abbiamo due sole sale. E cosa danno? Film del cazzo tutto l’anno. Invece voi a Milano (dico a Milano) andate a vedere gli “occhioni”? Di Tim Burton? Ma è almeno parente di Richard? Vergogna! Vergogna! Vergogna! è come buttare via il cibo davanti a chi muore di fame!

  2. joe ha detto:

    mi punge vaghezza che Burton non sia autore a te gradito…:D
    (mi hai fatto morire, rotflllll)

  3. Punto Dritto ha detto:

    Anch’io vivo in un posto dove c’é solo un multisala che programma film del c tutto l’anno. E, se mi trovo finalmente a Milano per un po’, cosa vado a vedere??? Giá…gli occhioni di Tim Burton! Sará che ormai mi accontento ma non mi é dispiaciuto, posso dire? sono un po’ sulla linea di Joe, solo che io mi sono scordata, durante la visione, che fosse Tim Burton e mi sono goduta la storia narrata (avvincente di per sé, anche se é vero, Marvin, che si poteva forse farne di meglio) e le prove degli attori (entrambi azzeccano bene la parte. Lui col suo solito personaggio, vero, ma qui ci voleva!). Cosí. Ciao.

  4. marvin ha detto:

    saluti a tutti!!!

    mi spiace davvero che esistono posti non molto serviti a livello di numero e tipi di sale. sono anni ormai che spuntano multisala che hanno i loro pro e i loro contro ma crearli troppi e in centri urbani popolosi è abbastanza inutile, bisognerebbe servire zone più fuori mano e isolate.
    grazie dei commenti

  5. joe ha detto:

    anch’io, mi sono scordato che fosse ‘il tim’: ci ho ripensato a freddo…
    è vero pure il fatto che quando siamo di fronte ad un’immensa e svariata scelta…facciamo la cosa più prevedibile e scontata…(ma comunque non la rimpiango affatto 😀 )

  6. 76sanfermo ha detto:

    Piena di punti di domanda…,il film mi incuriosisce.
    Saluti !

  7. Noëlle Altieri ha detto:

    Gli occhi sono lo specchio dell’anima, si dice così anche nel film. Certo che questi occhi mi hanno quasi messo paura. Comunque il film mi è piaciuto anche perché racconta una storia vera e la realtà supera ogni volta la fantasia.

  8. joe ha detto:

    ciao noelle! Un grazie per il tuo commento e 1000 scuse per il ritardo nell’approvazione del tuo commento. Vedrai che non succederà più. 😀

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